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POLITICA
Il Popolo del Lifting
23 gennaio 2010

Dopo gli straordinari esercizi di lifting sul cadavere di Bettino Craxi in cui si sono prodotti i più autorevoli luminari del grande Partito dell'Amore nell'ennesimo (e a quanto pare nuovamente vano) tentativo di trasformare l'illustre latitante in uno statista a dieci anni di distanza dalla sua morte, ecco che i bisturi tornano ad occuparsi del "look" dei vivi ed in particolare dei loro processi.

Non che la riesumazione della salma del presunto esule sia stata il frutto di un improvviso raptus collettivo di necrofilia o abbia rappresentato un'iniziativa estemporanea e fine a sè stessa. Tutt'altro.

Risulta infatti evidente come la riabilitazione e la conseguente beatificazione di Bettino Craxi siano funzionali ai galantuomini che dicono di rappresentare gli italiani per almeno due ragioni.
Innanzitutto lo sdoganamento della figura del "Cinghialone" darebbe il definitivo colpo di spugna al ricordo, forse un po' vago, ma ancora vivo, del marciume che infestava la Prima Repubblica e dell'indignazione popolare che si scagliò sui ladri di Stato, con l'effetto di far apparire normali e soprattutto accettabili le porcherie che contraddistinguono la cosiddetta Seconda Repubblica.
In secondo luogo, riuscendo a spacciare un pregiudicato latitante per una vittima dei giudici, gli stessi giudici che nei loro proseliti mirano a rovesciare un governo democraticamente eletto dal popolo, troverebbero nuovo slancio nell'attacco in corso alla Giustizia.

Archiviate così le commemorazioni televisive ed istituzionali dedicate al grande statista, tra cui spiccano l'ultimo, delirante "editoriale" del sempre più improponibile direttore del Tg1 Minzolini, il commuovente discorso del Presidente del Senato Schifani ed il comunicato del Presidente della Repubblica, su cui è meglio stendere un velo pietoso, e registrati  i pellegrinaggi ad Hammamet di ex dirigenti del vecchio Psi e di importanti esponenti e ministri dell'attuale maggioranza  come Cappuccicchitto, vittima di un improvviso vuoto di memoria (sembra infatti avere totalmente rimosso il doloroso ricordo della sua emarginazione dai vertici del Psi proprio ad opera di Craxi, che vedeva di buon occhio la presenza del giovane virgulto nelle liste della P2, ma era ben lieto di intascare "finanziamenti" vari dal Maestro Venerabile Licio Gelli & Co.) ed in preda a preoccupanti lapsus freudiani (continua a confondere Craxi con Berlusconi, chissà perchè...), Brunetta, sindaco di Venezia in pectore (a tal proposito, si registrano già ondate di panico tra i gondolieri fannulloni, mentre sarebbe in fase di definizione un decreto per ovviare al problema dell'acqua alta, che metterebbe a serio rischio l'incolumità del futuro primo cittadino) in lacrime davanti alla tomba del latitante, Frattini, protagonista di un pregevole fotoromanzo reperibile sul sito del Ministero degli Esteri (ancora un po' di pazienza per il calendario), il Popolo del Lifting si è rimesso al lavoro per portare a termine la propria missione, sempre la stessa:
garantire l'impunità al capo, che sarebbe anche l'Utilizzatore finale di questo teatrino, e possibilmente anche a qualcun altro.

Un bel colpo di bisturi, o di maggioranza, che dir si voglia, e processo breve, o amputato, o morto, che dir si voglia, già approvato al Senato in attesa dei provvedimenti ammazza-Giustizia prossimi venturi, mentre le cosiddette "opposizioni" balbettano qualcosa e cercano il pizzo migliore da offrire a Mr. B. onde evitare che sfasci l'intero sistema giudiziario per salvarsi dal "plotone d'esecuzione", come dicono i suoi avvocati. A quanto pare i lifting sui vivi funzionano ancora meglio di quelli sui morti. Ma per quelli c'è ancora tempo... Per i vivi un po' meno.

Cosimo Tripaldi

Pubblicato su: 
http://glicerina.webatu.com/

POLITICA
Lo Psicodramma della Libertà
19 novembre 2009

Come era facilmente intuibile, l'ipotesi di un prematuro ritorno alle urne non rientra al momento nei piani del Presidente del Consiglio, che ha interrotto l'insolito riserbo matenuto negli ultimi giorni appositamente per comunicare a tutti gli affezionati ed irriducibili sostenitori del suo governo, secondo i suoi attendibilissimi sondaggi oltre il 60% degli italiani (cifra da sommare però all'87% dei bulgari ed al 242% degli eschimesi, oltre che al 99% degli alieni che fanno tutti il tifo per il nostro premier, nda), che lui non ha "mai pensato" ad un ricorso alle elezioni anticipate.

Magari ci avrà pure pensato, magari avrà anche preso in considerazione l'idea di anticipare la fine della legislatura per delle elezioni che sarebbero, di fatto, un plebiscito sulla sua persona, ma questo sarebbe un rischio troppo grosso da correre adesso, con la seria possibilità che il Pdl si spacchi in due e che la Lega si ritrovi a contrattare con gli alleati da una posizione ulteriormente rafforzata, senza contare che il Presidente della Repubblica potrebbe sempre rifiutarsi di sciogliere le Camere e che l'Utilizzatore finale ha l'urgente necessità di risolvere le sue "disavventure", chiamiamole così, giudiziarie e per nessuna ragione al mondo si stacherebbe mai dalla sua poltrona. Anzi, il ricatto delle elezioni anticipate, con cui, sia chiaro, il premier non ha ovviamente nulla a che vedere (sic!), era finalizzato a richiamare all'ovile i dissidenti proprio perchè, ora più che mai, l'Utilizzatore finale ha bisogno del sostegno compatto della maggioranza, e magari anche della cosiddetta opposizione, in vista della battaglia finale contro la Giustizia.

Così, attraverso una bella nota, l'Utilizzatore finale ha rincuorato tutti coloro che, sconvolti dalla notizia di una prossima caduta del governo, avevano già cominciato ad attrezzarsi per un grande suicidio di massa: "Il mandato che abbiamo ricevuto dagli elettori è di governare per i cinque anni della legislatura - ha ricordato il premier - ed è questo l'impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell'interesse del Paese".

Concetto ribadito nel suo intervento al Giornale Radio Rai, in cui ha parlato anche dei suoi rapporti con Fini ("non c'è nulla da chiarire") e dell'intervento del Presidente del Senato Schifani che aveva alimentato le voci sulle elezioni anticipate: "Schifani ha detto che se cade la maggioranza, non si può pensare a una maggioranza diversa da quella che hanno votato gli italiani. Permettetemi di dire che ha detto una cosa ovvia", ha chiosato il premier. Peccato che la Costituzione dica altro, ma a quanto pare a questi signori e a tutti quelli che hanno elogiato il mirabile intervento di Schifani non importa più di tanto, sebbene, purtoppo, questa non sia una grande novità.

Problema risolto, quindi? Non proprio. Nonostante le rassicurazioni dell'uomo più perseguitato della Storia, infatti, il clima che si respira all'interno della clinica psichiatrica della Libertà continua a non essere dei migliori. Le fratture sono tutt'altro che ricomposte ed ogni questione presente sull'agenda politica evidenzia sempre di più il disagio presente tra le file della maggioranza, ormai sull'orlo dello psicodramma.

Basti pensare alle avvelenate polemiche sulla vicenda di Cosentino, ascoltato ieri dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera e sempre intenzionato ad portare avanti la sua opera pia (colleghi di partito permettendo) nonostante le mozioni dissociate dell'opposizione, ed allo scontro scatenato dal disegno di legge "bipartisan" che attribuisce il diritto di voto alle elezioni comunali e circoscrizionali ai cittadini extracomunitari residenti in Italia da almeno cinque anni, presentato da una parte del Pdl insieme all'opposizione. Una cosa "inaccettabile" che, tra l'altro, "non è contenuta nel programma di governo", ha obiettato il sempre puntuale Cicchitto, a cui hanno prontamente replicato i finiani Fabio Granata e Flavia Perina, portando argomentazioni che all'ignaro interlocutore dovrebbero essere spiegate con un disegno.

Ovviamente il ddl è stato accolto con immensa gioia anche dal leader del "Carroccio" Umberto Bossi, che, in un impeto di felicità, ha così commentato la lieta novella: "Gli immigrati devono essere mandati a casa loro, non c'è lavoro neanche per noi", causando la reazione del Presidente della Camera, che ha bollato le parole di Bossi come "un anatema". Chissà come l'avrà presa il Presidente del Consiglio,  terrorizzato dall'idea di far incazzare gli amici della Lega Nord, che ormai lo tengono per il basso ventre. Se dovesse arrivare la rottura anche con loro...

Cosimo Tripaldi

Pubblicato su: http://ilpaese-porcata.blog.espresso.repubblica.it/

POLITICA
La strategia del ricatto di Mr. B.
18 novembre 2009

Adesso siamo al ricatto. Come definire altrimenti la minaccia di chiudere in anticipo baracca e burattini e di chiamare nuovamente i cittadini alle urne qualora la maggioranza non dovesse dimostrarsi compatta nel salvare il Presidente del Consiglio dai suoi processi e disposta a sottoscrivere ogni porcata partorita dalla diabolica mente dell'onorevole/Nosferatu Ghedini per raggiungere tale obiettivo? Come definire altrimenti quest'ultimo tassello della strategia della tensione portata avanti dall'Utilizzatore finale, ormai pronto ad andare verso l'all in (almeno così vuole far credere) nello scontro politico ed istituzionale che lo vede contrapposto al Presidente della Camera Fini? Come definire altrimenti i delirii cronici del miglior Presidente del Consiglio che la memoria umana ricordi dai tempi dell'uomo di Neanderthal, disposto a sfasciare quel che resta della Giustizia, delle istituzioni e della democrazia pur di garantirsi l'impunità? Ricatto, appunto.

D'altronde non c'è da meravigliarsi, in quanto lo strumento del ricatto rientra abbondantemente nell'abituale modo d'agire del grande Statista di Arcore, sempre pronto a far salire il livello di scontro, ad alzare la posta in gioco e a minacciare ogni genere di catastrofe in attesa che lo sventurato di turno si faccia avanti per pagargli il pizzo e fargli ottenere ciò che vuole realmente.

E' già successo in passato, ad esempio con il lodo Alfano (lui minaccia di bloccare centomila processi per salvarsi dai suoi, il Quirinale e il Pd arrivano trafelati con il lodo per evitare il disastro e l'Utilizzatore finale ottiene ciò che vuole realmente, ovvero l'impunità per sè, e pazienza se gli altri processi vanno avanti) e sta nuovamente accadendo con la porcheria del cosiddetto "processo breve", con i primi poveretti che hanno già iniziato a parlare della possibilità di approvare un "lodo costituzionale" o, in alternativa, una nuova forma di immunità parlamentare onde evitare lo sfascio totale della Giustizia.

Purtroppo per il miglior Presidente del Consiglio della Storia, però, stavolta sembra proprio che all'interno della maggioranza qualcuno non sia più disposto ad ingurgitare l'ennesima porcheria e a seguire il capo in questa nuova campagna contro la Giustizia e la legalità. La tensione è palpabile, e la caserma si sta trasformando rapidamente in clinica psichiatrica. Così qualcuno prova a rispolverare lo spaventapasseri delle elezioni anticipate nell'estremo tentativo di richiamare le truppe all'ordine.

Ieri è stata la volta dell'irreprensibile Presidente del Senato, Renato Schifani, secondo cui qualora dovesse, per qualsiasi ragione, venire meno la "compattezza della maggioranza", l'unica strada percorribile sarebbe quella che porta alle urne. "Compito del governo - ammonisce il grande statista siciliano - è lavorare per realizzare il programma concordemente definito al momento delle elezioni. Compito dell'opposizione è esercitare il proprio ruolo di critica e di proposta alternativa, in coerenza con il proprio mandato elettorale. Compito della maggioranza è garantire che in Parlamento il programma del governo trovi la compattezza degli eletti per approvarlo. Se questa compattezza viene meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale. Se ciò si verificasse, - conclude la seconda carica dello Stato - giudice ultimo non può che essere, attraverso nuove elezioni, il corpo elettorale".

Dichiarazioni che lasciano alquanto perplessi, innanzitutto perchè provegono dal Presidente del Senato, che, in ossequio al ruolo istituzionale che ricopre, farebbe bene a non rendersi portavoce dei ricatti del premier. In secondo luogo, viene da chiedersi di cosa stia parlando questo signore (ma non solo lui) quando dice che qualora dovesse cadere il governo l'unica soluzione sarebbe quella del voto, in quanto, secondo la Costituzione, i cittadini eleggono il Parlamento e non il governo (anche se, grazie al porcellum, il Parlamento viene di fatto eletto dai partiti), ed il potere di scioglimento delle Camere è una prerogativa del Capo dello Stato che, comunque, non è affatto obbligato ad indire nuove elezioni. Le parole "democrazia parlamentare" significano ancora qualcosa?

In ogni caso, allo stato attuale delle cose, un ritorno anticipato alle urne sembra essere, per una serie di ragioni, un'ipotesi abbastanza remota, soprattutto perchè non si sa fino a che punto convenga al Presidente del Consiglio. Lo spauracchio del voto anticipato è pertanto da leggere come un'altra mossa  della strategia del ricatto dell'Utilizzatore finale, che fino ad ora gli ha sempre portato i suoi frutti. Sarà così anche stavolta?

Cosimo Tripaldi

Pubblicato su: http://ilpaese-porcata.blog.espresso.repubblica.it/

POLITICA
Una condanna a morte per la Giustizia
13 novembre 2009

Eccola, la nuova porcata ad personam, finalmente (si fa per dire) depositata al Senato dai galantuomini della maggioranza travestita da misura "per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi" ed agghindata con un solenne richiamo ai princìpi sanciti dall'articolo 111 della tanto amata Costituzione e dall'articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo per farla sembrare qualcosa di diverso da ciò che è in realtà: l'ennesima schifezza studiata a tavolino per sottrarre alle grinfie della Giustizia il presunto uomo più perseguitato della Storia, che per salvare sè stesso è disposto a mandare in malora centinaia di migliaia di processi, la Giustizia in generale, le istituzioni e, se necessario, la democrazia.

Il tutto con la complicità delle brave persone al suo seguito e dei vari Minzolini della cosiddetta informazione che perseverano nel ridicolo tentativo di spacciare questo mucchio di letame per un provvedimento appositamente ideato per il bene dei cittadini, a detta di questi signori stanchi delle nefandezze della magistratura, che osa addirittura chiedere l'arresto di sottosegretari candidati alla presidenza di una regione a caso collusi con la camorra, e martoriati dalla durata interminabile dei processi, che si sa quando iniziano ma non quando finiscono. Oppure si sa quando (e soprattutto come) finiscono, ovvero prima della prescrizione e magari con una condanna, quindi occorre ammazzarli prima per ovvie ragioni.

E qui arriva la porcata, l'ennesima, che, nonostante sia impreziosita dalle prestigiose firme dei sempre ottimi Gasparri, Quagliariello e Bricolo, a qualche amante del genere fa già rimpiangere il lodo Alfano. Il che è tutto dire. Un disegno di legge-fuorilegge sulla "durata ragionevole" dei processi che a conti fatti è una vera e propria ghigliottina che, qualora dovesse entrare in funzione, taglierebbe immediatamente la testa a centinaia di migliaia di procedimenti grazie alla prescrizione-lampo che arriva dopo due anni per ogni grado di giudizio (di cui potranno beneficiare solo gli incensurati, o i presunti tali, e che verrà applicata anche ai procedimenti in corso fermi al primo grado - a cosa servirebbe, altrimenti?), per l'immensa gioia dei delinquenti e con buona pace delle vittime che attendono giustizia, per non parlare poi degli effetti a medio termine di questa schifezza sull'intero sistema giudiziario.

Tra i tanti processi destinati a morire prematuramente rientrerebbero, per una singolare coincidenza, anche quelli in cui è coinvolto il Cittadino B, che ormai, a differenza dei suoi scagnozzi, non si preoccupa nemmeno più di tanto di nascondere la vera natura ed il vero fine di questa porcheria che, oltre a salvare l'Utilizzatore finale, manderebbe in prescrizione processi del calibro di quelli sui casi Thyssenkrupp, Parmalat, Cirio, Eternit e chi più ne ha più ne metta, fino a quello sullo scandalo rifiuti della Regione Campania.

A conti fatti, una vergognosa amnistia di massa mascherata, una "sostanziale depenalizzazione di fatti di rilevante e oggettiva gravità", come l'ha definita l'Anm, tra l'altro non estranea a forti dubbi di costituzionalità (fortunatamente, verrebbe da dire), che salverà migliaia di "utilizzatori ad honorem" attualmente sotto precesso per i più disparati reati, elencati sempre dall'Anm: "abuso d'ufficio, corruzione semplice e in atti giudiziari, rivelazione di segreti d'ufficio, truffa semplice o aggravata, frodi comunitarie, frodi fiscali, falsi in bilancio, bancarotta preferenziale, intercettazioni illecite, reati informatici, ricettazione, vendita di prodotti con marchi contraffatti; traffico di rifiuti, vendita di prodotti in violazione del diritto d'autore, sfruttamento della prostituzione, violenza privata, falsificazione di documenti pubblici, calunnia e falsa testimonianza, lesioni personali, omicidio colposo per colpa medica, maltrattamenti in famiglia, incendio, aborto clandestino". Insomma, una condanna a morte per la Giustizia.

Al momento quella che dovrebbe essere l'opposizione sembra unita nel condannare questa porcheria e nella volontà di dare battaglia in Parlamento, anche se le sorprese sono sempre dietro l'angolo. Chissà poi lassù, al Quirinale... Staremo a vedere, sperando che la condanna a morte non venga eseguita.

Cosimo Tripaldi

Pubblicato su: http://ilpaese-porcata.blog.espresso.repubblica.it/

POLITICA
L'allegro (si fa per dire) casermone del Pdl
10 novembre 2009

"Non mi piace la caserma", aveva detto il Presidente della Camera Gianfranco Fini da Fabio Fazio riferendosi alle recenti vicende del Pdl. Purtroppo per lui, però, l'aria che continua a tirare tra le file del partito del "predellino" negli ultimi tempi non è proprio delle migliori e ricorda abbastanza da vicino la suddetta caserma.

Il Pdl, infatti, appare ora più che mai ostaggio del miglior Presidente del Consiglio della storia d'Italia (da identificarsi anche con l'uomo più perseguitato della Storia dell'umanità), nuovamente alle prese, dopo la prematura scomparsa del lodo-porcata Alfano, con le disavventure giudiziarie che gli impediscono di governare serenamente e sempre più bisognoso di trovare un modo (o un lodo) per sottrarsi alle grinfie dei giudici comunisti, che prepara "papelli" per testare la fedeltà dei suoi sottoposti, mentre l'azzeccagarbugli Ghedini si appresta a deliziare l'Italia intera, ed i cultori del diritto in particolare, con qualche nuova porcheria da far ingurgitare ai fortunati convenuti per salvare il deretano del capo.

Il clima di sospetto strisciante e le varie ipotesi di complotto che hanno visto coinvolti, tra gli altri, il geniale ministro dell'Economia sommersa Tremonti e lo stesso "compagno" Fini, non contribuiscono certamente a tranquillizzare gli animi, così come le puntuali manganellate del supermegadirettore del Giornale di casa Berlusconi Vittorio Feltri, pronto a colpire duramente chiunque osi intralciare la fuga del Presidente del Consiglio dalla Giustizia e la sua luminosa opera di governo, i malumori e le nuove rivelazioni sui fatti del '92/'93 provenienti dalla Sicilia e, da ultimo, l'esplosione (peraltro attesa) del caso-Cosentino, con il candidato in pectore alla presidenza della Regione Campania accusato di concorso esterno in associazione camorristica, che ha già diviso il Pdl sull'opportunità della sua candidatura alle prossime elezioni regionali. Più che di caserma, si dovrebbe forse parlare di carcere.

Proprio per questo i fedelissimi dell'Utilizzatore finale, sempre più terrorizzato dalla possibilità che uno dei "fantasiosi processi" intentati contro di lui "dai giudici di sinistra" giunga a conclusione, con i soliti ed imbarazzanti Capezzone, Bonaiuti e Gasparri in testa, non perdono occasione per ribadire la necessità di riformare la Giustizia "per il bene di tutti gli italiani", per garantire loro "la giusta durata dei processi", ovvero per garantire che si prescrivano prima della sentenza, nonchè per porre un argine ai continui sconfinamenti dei magistrati nella politica, come se fosse colpa dei giudici se i politici commettono dei reati per cui vengono poi indagati, magari con la collaborazione dell'opposizione, ma se no anche da soli, anche se sarebbe meglio farlo tutti insieme, dialogando, ma anche no. Avere la maggioranza dei 2/3 sarebbe però una bella assicurazione sulla vita.

Così il nocciolo duro berlusconiano del Pdl cerca le giuste sponde tra i finiani, tra gli amici della Lega, che in cambio di qualche regione del Nord potrebbero barattare la Giustizia, fino ad arrivare alle presunte opposizioni. Da non sottovalutare, in quest'ottica, la ricucitura dello strappo con Storace, le nuove avances dell'Utilizzatore finale all'Udc del vecchio amico Casini ed il suo convinto appoggio alla candidatura dell'ex compagno di bicamerale D'Alema alla presidenza della Pesc. Come dire... Nuovo inciucio in vista!

Intanto l'onorevole/avvocato Ghedini, tra una dicharazione e una comparsata in tv, continua a lavorare dietro le quinte a prescrizioni brevi, immunità ad personam e cavilli vari che non facciano così schifo da essere accettabili un po' per tutti, magari anche dall'opposizione, mentre il direttore di quell'entità che una volta poteva essere chiamata telegiornale, l'ormai leggendario Augusto Minzolini, cerca di raggirare gli italiani che si ostinano a seguire il Tg1 spiegando che la rinuncia all'immunità parlamentare del '93 fu un grave errore, la causa di tutti i mali che oggi attanagliano il Paese, e che, pertanto, sarebbe opportuno ripristinare l'antico istituto ideato "dai vari De Gasperi e Togliatti" per stabilire un giusto equilibrio tra il potere politico e quello giudiziario, oggi pericolosamente compromesso, checchè ne dicano Di Pietro, che ha addirittura osato fondare un partito, ed il pm della Procura di Palermo Antonio Ingroia, colpevole di difendere la Costituzione e financo di indagare sulle stragi e sulle trattative Stato-mafia.

Ormai questa specie di spaventapasseri del giornalismo sembra non avere più limiti, così come non ha più limiti il piano eversivo del Presidente del Consiglio, stavolta davvero deciso a giocarsi il tutto per tutto. La battaglia finale si avvicina... Meglio farsi trovare pronti (magari non all'inciucio). Vero, Pd?

Cosimo Tripaldi

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POLITICA
Le molliche di Brachino Cinque
20 ottobre 2009

Dopo la messa in onda della porcheria che gli sventurati telespettatori di Mattino Cinque hanno potuto ammirare giovedì scorso e dopo le polemiche scatenate dal linciaggio mediatico di cui è stato vittima lo "stravagante" giudice dai calzini turchesi Raimondo Mesiano, colpevole di aver condannato la Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti con 750 milioni di euro, sono giunte ieri le sentite scuse del valoroso alfiere del giornalismo Claudio Brachino, che, dopo la strenua difesa del diritto di cronaca dei giorni scorsi, è tornato alla carica con uno struggente editoriale sul Giornale della casa, poi recitato, per l'immensa gioia del suo affezionato pubblico, in diretta tv, con una performance degna del miglior Minzolini.

"Chi mangia fa molliche", ha così esordito Brachino, rammaricandosi per il fatto che "fra i tanti servizi realizzati da una testata, ci si concentra solo su quelli un po’ più sfortunati" ed ammettendo, bontà sua, che "quello andato in onda giovedì scorso a Mattino Cinque sul giudice Mesiano non appartiene certo alla categoria dei capolavori", per poi scusarsi con vittima di quella porcheria perchè, nonostante la libertà di critica, anche nei confronti di un magistrato, sia sacrosanta, per l'irreprensibile direttore di Videonews "la sensibilità di una persona viene prima dei ruoli sociali e delle discussioni sul diritto di cronaca e sul diritto alla privacy". Uahuahuah! Da qui l'impegno solenne "a non trasmettere più quelle immagini", cosa che dovrebbe fare anche chi lo critica "e criticando le ri-trasmette in continuazione, dalla Sky di Murdoch a Raitre, trasformando il rimedio in qualcosa di più grave della malattia".

Ma dopo le scuse, l'implacabile cacciatore della verità ha sentito il dovere di respingere le infamanti accuse piovute su di lui e di focalizzare l'attenzione su quella che era "la domanda di fondo" della sua rubrica di giovedì scorso, invitando il pubblico a mettere gli occhiali a infrarossi "per separare il giusto da ciò che è strumentale". Fermo restando che lui non ha mai fatto pedinare nessuno (ne siamo sicuri?, nda), secondo Brachino l'impatto mediatico della sentenza che ha condannato la Fininvest al risarcimento-record di 750 milioni di euro sarebbe stato tale da trasformare il giudice Mesiano in "un personaggio di pubblico dominio". Pertanto avrebbe deciso di trasmettere quelle immagini per far conoscere al grande pubblico l'autore di una sentenza tanto sensazionale. E pensare che in giro c'è chi si lamenta ogni giorno del "protagonismo mediatico della magistratura"... Certo, la battuta sui calzini non sarà stata il massimo, ma cosa volete che sia? Ecco quindi palesarsi, nel ragionamento di Brachino, la "sproporzione sospetta" che ci sarebbe "tra l’azione e la reazione", tra quello che lui ritiene un "buffetto" e "le cannonate", tra il termine "stravagante" e gli inaccettabili insulti che l'hanno colpito.

Se poi a dargli lezioni sono quelli di Repubblica, il nostro non ci vede davvero più: ecco quindi la sfilza di domande che non lo fanno dormire la notte. "Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini della villa del premier, con ospiti internazionali colti in frangenti in cui neanche del colore dei calzini si poteva discutere? Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini del bagno della residenza romana del premier, rubate con un telefonino? Un magistrato ricopre un ruolo pubblico importante, ma se non sbaglio anche la presidenza del Consiglio è un’istituzione importante. E poi, perché il servizio è andato in onda alle 10 di giovedì 15 ottobre e il caos si è scatenato venerdì 16 dopo un articolo di Repubblica? È un problema di fuso orario o di chi detta l’agenda? E non è Repubblica coinvolta nella battaglia legale che porta 750 milioni di euro nelle tasche del suo editore? (...) C’è forse un’immunità mediatica per chi si è occupato di Berlusconi?".

Peccato che: 1) il punto qui non è tanto la privacy, quanto il pubblico sberleffo a cui è stato sottoposto il giudice Mesiano (che, tra l'altro, non ha fatto niente di male) per una sentenza non gradita all'Utilizzatore finale. 2) Sì, è lo stesso quotidiano che ha pubblicato quelle immagini, che avevano però una rilevanza pubblica, proprio perchè la presidenza del Consiglio è un'istituzione importante, al contrario della normale vita privata di un privato cittadino. 3) Non è vero che il caos si è scatenato venerdì 16 dopo un articolo di Repubblica. 4) Repubblica sarà anche coinvolta in questa "battaglia legale", come la chima Brachino, ma cosa dire allora del Giornale e delle reti Mediaset che hanno aggredito il giudice perchè ha osato condannare la Fininvest come è suo dovere? 5) Non c'è alcuna "immunità mediatica" per chi si occupa dello Statista bulgaro, ma il trattamento riservato a Mesiano è inaccettabile ed ha tutta l'aria di essere una ritorsione mafiosa.

Ma se per qualcuno queste domande non fossero state sufficienti, lo scatenato Brachino ne aveva in serbo altre tre: "Primo, la promozione di Mesiano è meritata professionalmente o come sostengono molti è un premio politico per una sentenza che di fatto va contro il premier? Secondo, le idee politiche di un giudice, per quanto legittime, come agiscono sulla sua serenità e sulla sua indipendenza? Terzo, è vero che nel processo civile non serve un collegio di tre magistrati, ma non è "stravagante" decidere su una somma di 750 milioni di euro senza avvalersi di tecnici e consulenti?"

Purtroppo per Brachino, però, la promozione di Mesiano non ha nulla a che vedere con la sentenza di condanna per la Finivest, come è già stato ampiamente dimostrato. Secondo il suo ragionamento, poi, nessun giudice potrebbe essere mai sereno ed indipendente, per un motivo o per l'altro: una boiata pazzesca. Infine, non è assolutamente "stravagante" che Mesiano abbia deciso da solo, visto che, appunto, nel processo civile di primo grado a decidere è un solo giudice.

In conclusione, Brachino ha invitato il giudice ad andare in trasmissione per ricevere di persona le sue scuse e rispondere a queste tre domande, che in realtà non meriterebbero nemmeno di essere prese in considerazione. Dal canto suo, Mesiano preferice non commentare, mentre gli strascichi dell'accaduto si fanno ancora sentire, anche all'interno della redazione di Videonews.

A questo punto rimane solo una domanda, per Brachino però: a quando le prossime molliche?

Cosimo Tripaldi

Pubblicato su: http://ilpaese-porcata.blog.espresso.repubblica.it/

POLITICA
Il ridicolo plotone d'esecuzione per il giudice Mesiano
17 ottobre 2009

L'aveva promesso, l'Utilizzatore finale: "Ne sentirete delle belle su questo giudice". Il giudice in questione era Raimondo Mesiano, colpevole di aver condannato le Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 750 milioni di euro per la vicenda del lodo Mondadori, "un'enormità giuridica" per il Presidente del Consiglio, a cui ultimamente con i lodi non gliene va bene una, nonchè l'ennesima sentenza politica di una "toga rossa": davvero un'onta imperdonabile per il giudice. E, inutile dirlo, abbiamo iniziato a sentirne delle "belle" sul suo conto, anche se, probabilmente, sarebbe meglio definirle "balle", vista la scarsa, per usare un eufemismo, qualità dell'attacco perpetrato nei confronti del giudice Mesiano dagli house organ berlusconiani, che in passato ci avevano abituati a molto meglio (o peggio, dipende dai punti di vista).

Tuttavia la qualità dell'attacco, che supera abbondantemente la soglia del ridicolo, non può certo far passare in secondo piano la gravità di quanto accaduto. Ma andiamo con ordine.

Il 3 ottobre scorso il giudice Mesiano pone la sua firma sulla sentenza che condanna la Fininvest a risarcire la Cir con 750 milioni di euro: una batosta tanto pesante quanto inattesa per lo Statista bulgaro, che sguinzaglia immediatamente i trombettieri al suo seguito per recitare il già collaudato copione anti-giudici, mentre la Fininvest presenta immediatamente ricorso e chiede la sospensione del risarcimento. Pochi giorni dopo, il 7 ottobre, la Consulta dichiara illegittimo il lodo Alfano: per il Presidente del Consiglio, schiumante di rabbia, è la conferma che le "toghe rosse" cospirano per farlo cadere. Lancia così la sua controffensiva ai giudici cattivi, annunciando la riforma della Giustizia e minacciando il giudice Mesiano, ("ne sentirete delle belle su questo giudice"), che successivamete viene anche promosso dal Csm  per "l’equilibrio, la diligenza e la laboriosità dimostrati" sul campo. Gesto percepito dallo Statista bulgaro come l'ennesimo segnale, come un premio per la sentenza che ha colpito così duramente la Fininvest. E via con i berluscones all'attacco del giudice comunista premiato dal politburo del Csm per la sentenza anti-Fininvest. Così si arriva a giovedì sera quando, durante l'ultima puntata del tanto odiato programma Annozero, il condirettore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, annuncia il grande scoop, la prova che il giudice Raimondo Mesiano è una "toga rossa": durante una cena risalente al 2006, Mesiano brindò alla caduta di Berlusconi. Wow!

E puntualmente Il Giornale di ieri pubblicava lo sferzante articolo di Stefano Zurlo che ha smascherato il giudice comunista, con tanto di ricostruzione della cena carbonara durante la quale il bolscevico Mesiano avrebbe inneggiato, tra una cozza e un crostaceo, a Romano Prodi e brindato alla caduta ed alle dimissioni di Berlusconi, come hanno confermato fior di testimoni. Roba forte, insomma.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Ecco quindi il "servizio-bomba" andato in onda su Mattino Cinque, che ha mostrato all'Italia intera la vera natura del giudice Mesiano, pedinato e filmato mentre si adoperava in tutte le "stravaganti" attività tipiche dei cospiratori comunisti: fumare una sigaretta facendo "avanti e indietro", andare dal barbiere, fare una passeggiata, accendersi un'altra sigaretta, leggere il giornale seduto su una panchina mostrando, e qui c'è il vero scandalo, i suoi calzini turchesi, "di quelli che, in tribunale, non è proprio il caso di sfoggiare". Il tutto raccontato con il palese intento di far apparire Mesiano come un uomo "stravagante" e di screditare la sua immagine di giudice.

Peccato che, a conti fatti, le uniche cose screditate siano l'intelligenza e la professionalità degli autori di questa porcheria che, per dirla con le parole di Antonio Ricci, "sembrava una cosa ridicola, che nemmeno una mente demenziale può concepire". Evidentemente, rovistando nella vita privata del giudice per "sputtanarlo", questo ridicolo plotone d'esecuzone non ha trovato niente di meglio che un paio di calzini turchesi.

Rimane comunque la gravità dell'accaduto, che ha fatto insorgere l'Anm, che ha anche presentato un esposto al sempreverde Garante della Privacy, e la Fnsi, mentre il conduttore di Mattino Cinque Claudio Brachino si difende appellandosi al diritto di cronaca. E che cronaca! Se si pensa poi che un pestaggio mediatico così bieco e surreale sia andato in onda su una delle reti dell'Utilizzatore finale, che, non va dimenticato, ha in concessione l'etere (un bene pubblico) dallo Stato e che non fa altro che denunciare "l'uso criminoso della tv" e pretendere la tutela della propria privacy mentre, lui sì, si "sputtana" da solo, la vicenda è ancora più grave. E non ci venga a raccontare che lui non c'entra niente, perchè nessuno ci crederebbe.

Cosimo Tripaldi

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POLITICA
Lo Statista bulgaro ed il presidenzialismo assoluto
16 ottobre 2009

Ormai non ci sono più dubbi: l'aria di Sofia ha sicuramente qualcosa di speciale per il nostro Presidente del Consiglio. Ogni volta che calca il suolo della Bulgaria, il buon Utilizzatore finale appare infatti particolarmente ispirato, come pervaso da un mistico sentimento d'amore per la democrazia, e più che mai propenso a diffondere le proprie (preoccupanti) esternazioni.

Già nel lontano 18 aprile del 2002, durante una conferenza stampa in occasione di una visita ufficiale a Sofia, l'Utilizzatore finale si era prodotto nel celeberrimo ed indimenticabile "editto bulgaro" contro i giornalisti Enzo Biagi, Michele Santoro e l'autore satirico Daniele Luttazzi, colpevoli, a suo dire, di aver fatto "un uso criminoso" della televisione pubblica, affermando che sarebbe stato "un preciso dovere da parte della nuova dirigenza" Rai di non permettere più che ciò avvenisse.

Sarà per le sovrannaturali doti di aruspice del Presidente del Consiglio, sarà per lo zelo della dirigenza Rai da lui stesso nominata, ma nel giro di pochi mesi i tre criminali indicati dall'Utilizzatore finale smisero misteriosamente di lavorare nella tv pubblica, anche se, con la modestia che solitamente lo contraddistingue, il Presidente del Consiglio ha sempre negato un nesso tra la sua premonizione e l'allontanamento di questi tre loschi individui dalla Rai nel tentativo di ridimensionare l'entusiasmo causato dalle sue incredibili capacità vaticinatorie.

Ma Sofia è una città magica per l'Utilizzatore finale. Così, a distanza di anni da quel leggendario "editto", il Presidente del Consiglio, recatosi nuovamente in visita nella capitale bulgara, non ha saputo resistere alla tentazione di lanciare un nuovo "diktat", questa volta contro la Costituzione, la democrazia e le sue istituzioni ed i princìpi fondamentali dello Stato di diritto, ribadendo la necessità di "una riforma costituzionale che prenda il toro per le corna e che faccia del nostro Paese una democrazia vera, non soggetta al potere di un ordine che non ha legittimazione elettorale" e scagliandosi contro la solita "magistratura politicizzata che fa un uso della Giustizia a fini di lotta politica" e contro la Corte Costituzionale che "pone in nulla le decisioni del Parlamento" e che, con la sua deliberazione sul lodo Alfano, ha riaperto "la caccia all'uomo" nei suoi confronti. Non c'è che dire: dopo tali affermazioni, il Presidente del Consiglio meriterebbe davvero di entrare nel pantheon dei grandi teorici della democrazia.

Una "democrazia" che, nelle singolari e pericolose idee dello "Statista bulgaro", dovrebbe coincidere con una specie di "presidenzialismo assoluto" in cui lo Stato dovrebbe arrivare a "coincidere con" e ad "identificarsi nella" sacra figura del Presidente eletto e legittimato dal popolo (che,  nella sua delirante visione ha anche il potere di assolverlo, attraverso l'elezione, dalle proprie responsabilità penali), libero da ogni tipo di contrappeso al suo potere e superiore alla legge, in cui non c'è spazio per fastidiosi organi costituzionali di controllo (non legittimi in quanto non eletti dal popolo), come il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, ed in cui tutte le istituzioni dello Stato dovrebbero essere prone al potere assoluto del Presidente, così come la magistratura e la stampa (da non sottovalutare, a proposito, il nuovo affondo contro la trasmissione Annozero), in barba a tutte le teorie sulla separazione dei poteri e a tutti i principi della democrazia liberale.

Questa è la vera ed unica natura del progetto di riforma berlusconiano, è inutile girarci attorno. Così come è inutile che Fini o la Lega tentino di mettere dei paletti qua e là alle manie riformatrici dello "Statista bulgaro", provino a rassicurare opposizione e cittadini sulla bontà delle riforme o auspichino che ci sia condivisione e collaborazione da parte di tutti nella loro approvazione, o che l'opposizione apra "al dialogo", anche se solo a certe condizioni.

Non si può trattare con chi  pretende di distorcere le istituzioni a propria immagine e somiglianza con il fine unico di impadronirsi del potere assoluto e di eliminare ogni limite ed ogni avversario. Non si può scendere a compromessi con chi è disposto a violentare la Costituzione e la Giustizia pur di garantirsi l'impunità. E non si può parlare di "riforme per il bene dello Stato" con chi pensa di poter disporre dello Stato come di una sua proprietà privata, o peggio come di una escort. E' così difficile capirlo?

Cosimo Tripaldi

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POLITICA
"L'uomo delle istituzioni" e quello che le vuole distruggere
14 ottobre 2009

Per l'ennesima volta in pochi giorni, il Presidente della Repubblica è stato costretto a tornare, seppure in maniera indiretta, sulle polemiche che lo hanno visto coinvolto dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta.

Lo ha fatto nel corso del suo intervento alla prima conferenza dei prefetti nella scuola superiore dell'amministrazione dell'Interno a Roma, rivendicando il suo ruolo di "uomo delle istituzioni" fin dai tempi della sua precedente incarnazione, quella di ministro dell'Interno, incarico che era determinato a ricoprire, appunto, "come uomo delle istituzioni e non di una parte politica", dopo le recenti accuse dell'Utilizzatore finale ("mi sento preso in giro", "in Italia nessuno è super partes", "di Napolitano non mi interessa niente, si sa da che parte sta", Berlusconi dixit) e dei suoi house organ, con il manganellatore Vittorio Feltri, come al solito schierato in prima linea, che ha ricostruito sulle pagine de Il Giornale "l'albero genealogico" della porcata che sospendeva i processi a carico delle "quattro" alte cariche dello Stato.

Porcata su cui, effettivamente, non è difficile scovare le impronte digitali del capo dello Stato, che intervenne a suo tempo con la cosiddetta moral suasion per impedire al governo di inserire l'emendamento blocca-processi nel decreto sicurezza, e del Pd, che, è bene ricordarlo, non si oppose al lodo-porcata in Parlamento e si indignò con Di Pietro che raccoglieva le firme per il referendum anti-lodo. Nessuna novità quindi. E nessuna sorpresa se adesso l'Utilizzatore finale presenta il conto al Presidente della Repubblica, che sarà anche "uomo delle istituzioni", ma con la sua condotta ha giustificato più di qualche critica ed offerto un comodo assist al premier ed ai tromboni al suo seguito.

Sempre nel corso del suo intervento di ieri, il capo dello Stato ha parlato inoltre di riforme, in particolare di federalismo fiscale, immigrazione e sicurezza, rilanciando l'auspicio che "i contrasti politici non impediscano uno sforzo di discussione oggettiva e di serena, concreta ricerca delle risposte da dare" e che maggioranza ed opposizione intraprendano la strada della collaborazione per il bene del Paese, desiderio espresso anche dal presidente del Senato Schifani.

Collaborazione che, rimanendo in tema di istituzioni, l'Utilizzatore finale spera di ottenere dall'opposizione, o almeno da una sua parte, per portare a termine la più ambiziosa delle riforme presenti nel suo rivoluzionario programma, quella sul presidenzialismo, subito rilanciata dopo la bocciatura del lodo-porcata. In caso contrario, potrebbe comunque optare per l'approvazione a maggioranza assoluta e sottoporre poi la riforma al referendum senza quorum, ma sembra ci siano margini di trattativa.

Qualora il piano dovesse avere successo, si aprirebbero, per l'Utilizzatore finale, orizzonti sconfinati, in quanto riuscirebbe, in un colpo solo, a togliere di mezzo il capo dello Stato, ad ottenere l'elezione diretta di un Presidente con grandi poteri (e a cui verrebbe sicuramente garantita l'immunità dai processi) e ad assoggettare ulteriormente il Parlamento all'esecutivo, qualora non lo fosse già abbastanza. Risulta evidente come lasciare una riforma così delicata (e non si sa fino a che punto necessaria) nelle mani di un premier che ha più volte dimostrato disprezzo ed insofferenza nei confronti delle limitazioni al proprio potere, delle altre istituzioni dello Stato e dei poteri di controllo, si tratti di Corte Costituzionale, magistratura o stampa che non sia di sua proprietà, e che ha dichiarato guerra aperta a chiunque provi ad ostacolare il suo cammino, costituisca un serio rischio per la democrazia, soprattutto se accompagnata dalla riforma/sfascio della Giustizia e dalle altre riforme liberticide in cantiere.

Il buonsenso dovrebbe perciò suggerire all'opposizione di non scendere a compromessi, anche perchè l'esperienza ha già insegnato come non sia una buona idea sedersi allo stesso tavolo dell'Utilizzatore finale per trattare, vista la sua capacità di lasciare in mutande pressochè tutti gli allocchi che hanno creduto di poterlo fare. Qualcuno ha voglia di correre il rischio di essere il prossimo?

Cosimo Tripaldi

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POLITICA
Giustizia: preparativi per l'attacco finale
12 ottobre 2009

Spogliato dello scudo-porcata Alfano che lo rendeva immune dai fastidiosi processi che continuano ingiustamente a perseguitarlo, il Presidente del Consiglio ha immediatamente dato mandato agli stregoni del diritto Alfano e Ghedini, già al lavoro per "risollevare il morale del capo", di accelerare con la tanto agognata "riforma" della Giustizia, vera ragione di vita dell'Utilizzatore finale, che ormai non perde occasione per ribadire la necessità procedere con questa "riforma fondamentale" per il bene del Paese la cui ricetta è, purtroppo, già ben nota.

Lo ha fatto anche ieri, nel corso del suo intervento alla Festa della Libertà a Benevento, in cui ha nuovamente illustrato al festante Popolo della Libertà Provvisoria i punti cardine dell'attacco finale che si appresta a sferrare alla Giustizia, attacco che, qualora dovesse essere portato a termine con successo, metterebbe definitivamente in ginocchio il già claudicante sistema giudiziario italiano.

Al centro del disegno berlusconiano vi è la famigerata riforma del processo penale con annessa separazione delle carriere dei giudici da quelle dei pm, che nelle fantasie del premier dovrebbero diventare "gli avvocati dell'accusa". Un insieme di norme devastanti per la Giustizia, ideate appositamente per allungare ulteriormente i tempi dei processi, che in Italia arrivano a sentenza così velocemente che si fa fatica a seguirli (vedi l'obbligo per il giudice di ascoltare tutti i testimoni proposti dalla difesa, anche quelli ritenuti inutili, oppure l'impossibilità di portare agli atti sentenze definitive di altri processi), per facilitare la ricusazione di un giudice poco gradito all'imputato (ad esempio un giudice sospettato di essere di "estrema sinistra") e, dulcis in fundo, per assoggettare il potere giudiziario all'esecutivo (vedi separazione delle carriere e riforma del Csm): evidentemente questa storia della separazione dei poteri non va proprio giù al miglior Presidente del Consiglio della storia d'Italia. In poche parole: sfascio totale della Giustizia.

C'è poi un'altra riforma, collegata a quella della Giustizia, che sta particolarmente a cuore al premier, ovvero quella delle intercettazioni. Riforma molto singolare in quanto, più che riformare l'uso delle intercettazioni, si propone piuttosto di eliminarle, con la scusa di dover difendere il sacro "diritto della privatezza e della inviolabilità delle conversazioni e della corrispondenza", che, a detta dell'Utilizzatore finale, in Italia "è quasi calpestato". Così, oltre a dover fare i salti mortali per riuscire a condannare chi ha commesso un reato, i giudici non potranno nemmeno scoprirli, certi reati. Davvero geniale!

Infine, la simpatica trovata di qualche burlone che vorrebbe ripristinare la cara, vecchia immunità parlamentare, troppo prematuramente abbandonata nel '93, anno funesto in cui, per dirla con le parole del premier, "la magistratura fece fuori tutti i partiti" e "tutti i protagonisti di quei partiti furono costretti a lasciare la politica e, qualcuno, anche l'Italia". Allora sì che si chiuderebbe il cerchio.

Il tutto ad uso e consumo di un unico Utilizzatore finale (sempre lo stesso, ovviamente) a cui non piace farsi processare e probabilmente nemmeno farsi scoprire, che pur di salvare sè stesso sarebbe capace di mandare in malora l'intero Paese.

I preparativi sono già iniziati. Che qualcuno lo fermi! Possibilmente prima che sia troppo tardi.

Cosimo Tripaldi

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